Sta cambiando il panorama mediale. E’ sempre più chiaro a tutti. Dai mass media siamo passati ai “personal media” e ora ai cosiddetti “social media”. Qualcuno (non ricordo chi) ha detto che “i media stanno diventando UMANI”: chiunque, cioè, attraverso un software o un’altra diavoleria simile può diventare un autore, un giornalista, un film-maker…

Condivisione e partecipazione sono le parole chiave che impazzano ora nel mondo digitale. La pubblicità, nell’accezione tradizionale del termine, ha sempre meno senso. Le “grandi agenzie” sono sempre più in difficoltà perchè non hanno saputo cogliere l’importanza del cambiamento in atto. Perchè la creatività non si insegna e tante strutture mastodontiche non ce l’hanno.

Perchè sempre più professionisti possono ora creare campagne a costi irrisori. Sfruttando la scalarità e la verticalità dei network sociali. Sfruttando la viralità di reti sempre più trasversali.
In un’epoca in cui i consumatori hanno opzioni di scelta illimitate, e soprattutto la misurabilità di una campagna pubblicitaria è sempre più attuabile quasi in tempo reale, occorre ripensare i modelli e i paradigmi della comunicazione. Perchè – in caso contrario – non ci saranno consentiti neanche i famosi “quindici minuti di celebrità” alla Wharol…

Nel mondo delle microimprese questo è ancora più valido. Perché, se da un lato l’adozione di tecnologie abilitanti è stata più lenta che in altri segmenti, dall’altro l’esigenza differenziarsi è ancora più impellente e imprescindibile.
Un prodotto non ha sempre un contenuto emozionale o semantico di alto lignaggio.

Tanti i colleghi inquadrati ancora in tipologie “standard”.
E allora serve fare marketing dal basso. Dare la voce ai prodotti e ai consumatori stessi.

Raccontare i prodotti e il nostro lavoro.

Cogliere il senso che sta dietro scaffali e registratori di cassa.

Cercare l’anima, il genius loci…